Nella prima metà dell'Ottocento era comune l'uso di un unico piatto, generalmente in legno di castagno, sul quale il cibo era scodellato e da cui ciascun commensale prendeva la sua razione, la portava verso il bordo e la consumava.
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L’Italia e gli altri paesi del Mediterraneo più evoluti erano al contrario già
terre popolose e tali popolazioni erano orientate quindi verso una attività
agricola molto diversa. L’allevamento, che richiedeva grandi pascoli, non poteva
essere praticato, e pertanto quelle genti si orientarono verso la coltivazione
dei cereali. Una medesima area di terreno, infatti, produce una quantità di cereali notevolmente superiore alla quantità di carne che si poteva
ottenere dalla caccia o dall’allevamento, che arricchiva la tavola assai di rado e solo in occasioni festive o in caso di malattia. Anche latte, formaggi e uova
non erano spesso nella dieta dei contadini, ma destinati alla vendita o alla
famiglia del proprietario terriero.
Presso i contadini di quasi tutta la penisola l'alimentazione
era quasi esclusivamente a base di pane, focacce e polenta, ottenuti con cereali
inferiori e granoturco, alimenti che saziavano ma
che predisponevano alla
pellagra, malattia divenuta in breve tempo il segno distintivo delle poche
possibilità economiche delle famiglie contadine dell'epoca. A questi farinacei
si affiancavano i legumi, perlopiù fagioli, fave e verdure, soprattutto verza e
cavolo.
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Il consumo della pasta era ancora limitato ai centri cittadini più grandi, dove c'era, generalmente, un tenore di vita più alto. Il riso era consumato solo nelle zone di coltivazione e, se il suo consumo preservava dalla pellagra, contribuiva però alla diffusione dello scorbuto, poiché intorno alle risaie era quasi impossibile coltivare verdura o alberi da frutto, a causa del terreno acquitrinoso.
Le patate, alimento molto nutriente alla base dell'alimentazione di molte popolazioni europee, in Italia non erano molto considerate, perchè suscitarono nei contadini molta diffidenza, che, unita ai pessimi raccolti di quei primi anni, ne determinarono l'esclusione quasi completa dalla dieta dei nostri contadini.
Le patate, infatti, furono importate in Spagna alla fine del '500 e si diffusero nell'arco del secolo successivo in tutta l'Europa, ma arrivarono in Italia solo agli inizi dell'800 e solo negli anni '40, dopo un secolo di indifferenza, entrarono a far parte in modo stabile dell'alimentazione italiana.
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Il vino, da sempre uno dei prodotti italiani più esportati nel resto d'Europa, era accessibile a pochi. I contadini ne bevevano poco e di qualità scadente, ottenuto dalle vinacce, poiché quello di qualità era destinato alla vendita nelle città o all'estero.
In città il vino era presente quasi quotidianamente sulle tavole, mentre nelle campagne, se si voleva bere vino di qualità, bisognava andare nelle osterie. Questi luoghi avevano l'importante funzione di essere i punti di ritrovo e di aggregazione sociale e per questo rappresentavano l'unico vero svago della moltitudine di contadini che le frequentava assiduamente.
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